Eredità al convivente, quali diritti per chi non è sposato?

Ilena D’Errico

18 Maggio 2023 - 10:46

Eredità al convivente, ecco quando e come è possibile e quali sono i diritti successori per chi non è sposato.

Eredità al convivente, quali diritti per chi non è sposato?

Per lungo tempo, la normativa legale sul matrimonio ha posto lo status di conviventi in una delicata considerazione sociale. Con il passare degli anni, questa differenza si è poi assottigliata sempre di più, in parallelo ai provvedimenti della legge e dei giudici che hanno contribuito a tutelare questa forma di legale. Ad oggi, i conviventi godono fra loro di diritti e doveri molto simili a quelli coniugali, ma mancano ancora diverse tappe per poter parlare di una vera equiparazione. Uno dei temi più complessi è proprio l’eredità al convivente, che nonostante il progresso giuridico è ancora carente di tutele.

I diritti successori per chi non è sposato sono infatti pressoché nulli. Questo significa che in assenza di testamento al convivente superstite non spetta nulla del patrimonio ereditario. Già questo punto potrebbe risultare particolarmente ostico (e non al passo con i tempi), ma la sua diretta conseguenza è ancora peggiore. Non solo il convivente non eredita in assenza di testamento, ma anche l’eventuale testamento non può devolvergli l’intera eredità se ci sono eredi legittimari.

Eredità al convivente, i diritti successori per chi non è sposato

L’eredità non va mai al convivente per legge, in quanto non considerato erede. La soluzione migliore per ovviare a questo ostacolo è quindi il testamento, purché venga eseguito tenendo conto delle leggi successorie.

È il Codice civile a stabilire il funzionamento dell’eredità, del testamento e la definizione degli eredi, tra i quali i conviventi non rientrano. Fra gli eredi, alcuni sono particolarmente tutelati, in quanto godono di una quota ereditaria (la quota di legittima) che non può essere loro negata, ma nemmeno ridotta. Poi, nella pratica, il testamento può anche ignorare questo principio, ma di fatto gli eredi legittimi hanno la possibilità di agire in giudizio e impugnare il testamento per ottenere quanto gli spetta per legge.

Di conseguenza, lasciare tutta l’eredità al convivente se sono presenti gli eredi legittimari non è una mossa funzionale. È vero che in un primo momento, il convivente avrebbe la possibilità di appropriarsi di tutto, ma in seguito sarà costretto alla restituzione. Ovviamente, gli eredi legittimari non sono obbligati ad agire in giudizio ma possono semplicemente accettare le disposizioni del defunto. Su questo, tuttavia, non si può avere alcuna garanzia. L’eventuale rinuncia all’azione di legittima firmata quando il testatore è ancora invita non è infatti ammessa dalla legge ed è nulla.

Prima di fare testamento bisogna quindi conoscere gli eredi legittimari e anche quali sono le loro rispettive quote. Tutto ciò che è al di fuori di queste porzioni ereditarie forma infatti la quota disponibile, che per definizione può essere gestita dal testatore nel modo in cui preferisce. Ecco che il testamento assume una funzione fondamentale, perché come anticipato il convivente non è designato per legge come un erede. Così, in mancanza di testamento anche la quota disponibile non viene devoluta al convivente, bensì ripartita in modo proporzionale agli eredi.

Bisogna peraltro ricordare che il coniuge separato ma non divorziato gode dei medesimi diritti successori che gli spettavano prima della separazione (a meno che l’addebito fosse a suo carico), anche in presenza di una nuova relazione del defunto con tanto di convivenza.

Il coniuge ha infatti diritto a:

  • Il 50% del patrimonio ereditario se non ci sono figli;
  • 1/3 del patrimonio ereditario in presenza di un figlio (il quale ha diritto all’altro terzo);
  • ¼ del patrimonio ereditario se ci sono più figli (che si devono sparire equamente metà dell’eredità).

Le quote del coniuge e dei figli, così come quelle dei genitori se non vi sono figli, non devono essere lese dal testamento. Quanto ai figli, la legge non distingue più fra legittimi o meno, così che anche i figli avuti dal defunto con il convivente sono eredi legittimari.

Come tutelare l’eredità del convivente

Oltre al testamento, bisogna considerare che il convivente può comunque vantare alcuni diritti sulla casa in cui abitava insieme al defunto. In particolare, il convivente di fatto ha diritto d’abitazione:

  • Per 2 anni se la convivenza è durata per un periodo inferiore;
  • per un periodo pari alla durata della convivenza superiore a 2 anni e massimo per 5 anni;
  • per almeno 3 anni in caso di figli minori o disabili.

Ovviamente, se il convivente è intestatario della casa non si pone alcun problema, semmai nel caso di cointestazione dovrà consentire agli eredi di accedere al restante 50%. Il diritto di abitazione viene in ogni caso a mancare se il convivente si sposa, prende parte a un’unione civile o instaura un’altra convivenza stabile.

Per garantire al convivente l’abitazione è possibile stipulare un patto di convivenza con usufrutto, così che gli eredi dovranno necessariamente consentirgli di continuare ad abitare nella casa. Intestare la casa al convivente seppur pagata da uno solo dei due può invece rivelarsi rischioso, in quanto si tratta di una donazione che gli eredi possono impugnare e lo stesso vale per le polizze vita.

Il convivente registrato in Comune ha comunque diritto alla pensione di reversibilità (ma non al Tfr del defunto), mentre ha anche diritto al risarcimento danni nel caso in cui la morte sia stata causata da un reato o un altro fatto illecito.

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