The Economist: il problema dell’Europa è politico, lo volete capire?

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The Economist: il problema dell'Europa è politico, lo volete capire?

La situazione di stallo politico in Italia, scrive il The Economist, è emblematica di una condizione generalizzata in buona parte dei paesi dell’Eurozona, ormai da quattro anni coinvolti in una tremenda crisi del debito. Oggi, la chiave per la sopravvivenza dell’Euro è la stabilità della politica nazionale nei singoli paesi.

Il pericolo maggiore non è più un’acuta crisi finanziaria che minaccia di far saltare la moneta unica. Piuttosto, il rischio è che l’instabilità politica o la paralisi blocchino le riforme che sono necessarie. E la politica Italiana, data la sua particolare qualità operativa, ne è l’esempio perfetto.

Il problema politico è in Italia, ma non solo...

Questa settimana il Premier Enrico Letta ha inventato un proprio indicatore di rischio politico, scrive il giornale inglese: dal 1992, ha detto Letta, ci sono stati 14 governi in Italia, mentre la Germania ha visto soltanto tre Cancellieri. Questo «spread» -ha poi aggiunto- contribuisce a spiegare la differenza tra il debito Italiano e quello della Germania. Tra il 1968 e il 1992, l’Italia ha avuto 24 governi, e il debito pubblico è duplicato, mentre i successivi governi sono stati tutti troppo brevi per portare avanti riforme talvolta impopolari.

Sebbene questa possa essere un’eccessiva semplificazione dei problemi politici italiani, mostra la fragilità del sistema che tuttavia non caratterizza solo l’Italia. Il voto in Portogallo ha portato all’emergenza di una forte componente anti-austerity. In Austria, il paese con la minore disoccupazione in Europa, la grande coalizione di centro-destra e centro-sinistra ha ottenuto una pallida maggioranza, laddove a guadagnare forte terreno è stato l’Eurosceptic Freedom Party.

Come interpretare questa situazione?

Ci sono due modi per interpretare lo stato attuale della politica italiana ed Europea, scrive il The Economist.

Si può dire che la crisi ha corroso il supporto dell’elettorato ai partiti e ad i politici tradizionali. In questo senso saranno emblematiche le elezioni del prossimo maggio al Parlamento Europeo; l’avanzata degli Euroscettici metterebbe il vecchio continente sulla strada del ritorno alla politica nazionale.

La seconda interpretazione ci porta a considerare che, nel pieno della crisi economica peggiore dalla Seconda Guerra Mondiale, il sistema ha continuato ad essere rigido.

I partiti tradizionali sono rimasti al potere (spesso formando grandi coalizioni). I populisti fanno rumore, ma non cambiano i fondamentali della politica.

Di quello che andava fatto, continua il giornale britannico, molto rimane ancora da fare: sistemare il sistema finanziario con l’unione bancaria; le riforme strutturali sono ancor peggio dell’austerity; la mutualizzazione del debito è quasi un taboo. Tutto più difficile da portare a termine, specie quando la minaccia di catastrofe imminente tende a svanire.

La Commissione Europea e il potere (in)democratico

Molti dei politici nazionali non si rendono conto del potere che hanno concesso a Bruxelles.

Nonostante Hollande abbia recentemente detto che la Commissione non ha il diritto di imporre «diktat» sulle riforme, e Maurizio Gasparri abbia chiamato Olli Rehn, Commissario per gli Affari Monetari, «Signor Nessuno»; la Commissione Europea ha acquisito grandi poteri nel controllo dei budget e sulle politiche economiche dei governi nazionali. Oltre alle sanzioni, per la prima volta quest’anno i governi dell’Eurozona dovranno presentare i bilanci a Bruxelles, ancor prima che in Parlamento.

Ora, questa situazione di «mancato riconoscimento», conclude il The Economist, può andare avanti nei periodi di crisi, ma non potrà essere una soluzione, col rischio che l’Unione Europea venga percepita sempre meno come «democrazia».

Aveva ragione Letta a Bruxelles, chiude l’articolo dell’Economist: la risposta all’eccesso di tecnocrazia è il populismo.

Se i politici nazionali eletti non sono in grado di gestire la politica economica e se gli elettori non sopportano che siano i burocrati a fare le scelte che li riguardano, allora la classe dirigente Europea, assieme a quelle nazionali, saranno l’oggetto di una giusta rabbia popolare.

Perché:

La politica nazionale sarà anche brutta, ma continua ad essere l’unico mezzo disponibile per creare consenso attorno ai processi di riforme.

Libera traduzione dal The Economist: It’s the politics, stupid