Italia: stipendi più bassi e tasse più alte d’Europa. Quando un lavoro non basta per sopravvivere. E il reddito minimo?

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Costituzione della Repubblica italiana, Art. 1:

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”.

Beh, se dovessimo in questo momento prendere alla lettera quanto è stato scritto dai nostri Padri Costituenti, il nostro Paese potrebbe essere quasi considerato ai limiti dell’incostituzionalità.

Precariato alle stelle, disoccupazione a livelli record, milioni di persone che non riescono ad arrivare alla fine del mese. E ad oggi, nonostante non si faccia altro che parlare di questo argomento, sembra non esserci una soluzione.

Ma non solo, anche coloro che un lavoro ce l’hanno e, dati i tempi che corrono, se lo tengono stretto, spesso incontrano serie difficoltà di sopravvivenza. “Quanto guadagni?”, “Troppo poco”. Chi di noi almeno una volta non ha fatto una conversazione del genere?

Avere un posto di lavoro ormai non è più una garanzia. Si lavora, ma non si guadagna abbastanza per vivere bene, è il cosiddetto fenomeno dei working poor – lavoratori poveri. Ad analizzarlo è arrivato un libro di Walter Passerini e Mario Vavassori dal titolo “Senza soldi”:

Si è rotto il binomio lavoro-sicurezza, mentre l’art. 36 della Costituzione, secondo cui il lavoro dovrebbe assicurare al lavoratore e alla sua famiglia una vita dignitosa e libera, sembra non valere più”,

si legge all’interno dell’opera.

I motivi del working poor:

A determinare questa situazione troviamo una serie di fattori che impediscono a lavoratori dipendenti, pubblici e privati, di costruirsi una vita dignitosa.

Il motivo principale che sta alla base di questo fenomeno è senza dubbio è l’inflazione che, nel momento in cui il nostro Paese ha aderito all’euro, non ha permesso un conseguente adeguamento delle buste paga al nuovo costo della vita.

Queste ultime, negli ultimi 10 anni sono cresciute solo a livello nominale. In numeri: i prezzi di beni e servizi sono aumentati del 133%, mentre gli stipendi hanno fatto segnare un +122,2% per gli operai, 123,6 per gli impiegati, 129 per i quadri, 121,3 per i dirigenti.

Altra causa di impoverimento è considerata la politica salariare e retributiva messa in atto dall’Italia negli ultimi anni, una politica basata sull’uguaglianza generica che pone in secondo piano le differenze e la meritocrazia.

Ultima motivazione, ma anch’essa di importanza fondamentale è il binomio tassazione elevata e stipendi troppo bassi.

Abbiamo una pressione fiscale tra le più alte del mondo. In percentuale, è pari al 55% a fronte di stipendi medi di 19.950 euro l’anno. Rispettivamente troppo e troppo poco

Tassazione e stipendi europei

Il confronto con gli altri Paesi del continente diventa impietoso.

Come abbiamo già detto, la pressione fiscale italiana è pari al 55% contro il 48.6% della Danimarca, il 48,2% della Francia, il 48% della Svezia, il 37,2% della Spagna, il 36,6% di Germania, Regno Unito e Portogallo e via dicendo.
Insomma numeri alla mano, non servono altri commenti.

Il problema però risiede anche nella media degli stipendi, nella quale l’Italia si situa sul gradino più basso d’Europa: 19,950 euro annui.

Ecco la media degli altri Paesi: 29.677 del Regno Unito, 25.128 della Germania, 22.677 della Francia, 21.111 della Spagna.

Insomma guadagniamo di meno e paghiamo di più. Il risultato? La deprivazione materiale nel nostro Paese è salita dal 6,9% all’11,1%.

Chi è più povero?

Ad incontrare maggiori difficoltà, neanche a dirlo, i giovani: il 40% di loro non lavora e chi lo fa viene pagato una miseria.

Al secondo posto troviamo le donne, la cui situazione è caratterizzata dalla quasi totale assenza di servizi e da un livello retributivo e pensionistico inferiore a quello degli uomini.

Questo è l’attuale quadro italiano. Speriamo, a questo punto, che i nostri Padri Fondatori stiano guardando da un’altra parte, altrimenti, dopo aver scritto quell’ART.1, la loro reazione forse non sarebbe delle migliori.