Pensioni 2013, la guida: ecco le nuove regole della riforma Fornero

di | 4 Dicembre 2012 - 14:54

Il sistema pensionistico cambierà nel 2013: andando a vedere le nuove regole della riforma Fornero, scopriamo alcuni punti molto controversi, che non smetteranno di far discutere. All’inizio il vecchio regime e quello nuovo convivranno (in una piccola odissea), poi entreremo tutti quanti nello stesso sistema, che prevede alcune novità molto discutibili. Andiamo a vederle nel dettaglio.

Vecchie pensioni ed esodati

Nel 2012 i soggetti che sono andati in pensione sono coloro che hanno maturato i requisiti necessari nel 2011, ma in attesa della finestra mobile, che si calcolava in 12 mesi per i lavoratori dipendenti e in 18 mesi per gli autonomi. Ciò significa che gli autonomi che hanno maturato i requisiti nel 2011 concluderanno la loro finestra mobile nel giugno del 2013.

Il vecchio regime riguarda anche gli esodati, che potranno andare in pensione ancora con le vecchie regole: la platea per ora prevede 130mila persone, ma è destinata ad aumentare.

Le novità della riforma

Ecco che veniamo alle novità della riforma delle pensioni, che partirà ad ampio raggio dal 1° gennaio 2013. Analizzando bene la questione, si potrà adeguare l’età pensionabile alla speranza di vita, pertanto il lavoratore potrà scegliere di restare in attività fino a 70 anni e 3 mesi senza essere licenziato, e non più fino a 65 anni, come prevedeva il vecchio sistema.

Nel 2065, invece, si potrà lavorare fino a 75 anni. Cari ragazzi nati negli anni Novanta, tanti tantissimi auguri! Eppure sorge già qualche controversia, visto che già adesso, l’aumento dell’età pensionabile va a discapito dei giovani e anche delle aziende: i primi non trovano quel posto di lavoro saldamente occupato dagli anziani, le seconde sono costrette a non mandare via il proprio dipendente fino all’età prestabilita. Certo, le pensioni saranno sempre più alte, visto che sarà maggiore l’apporto dei contributi, ma chi le pagherà? I giovani che non lavorano e che sono costretti ad attendere come gli inquilini che hanno acquistato una nuda proprietà?

L’adeguamento alla speranza di vita, formulato inizialmente da Tremonti e Sacconi e rielaborato dal ministro Fornero, farà sì che dal 1° gennaio 2013 le pensioni di anzianità partiranno da un minimo di 66 anni e 3 mesi per i dipendenti e i lavoratori autonomi.

Fino al 2018, invece, potranno andare in pensione a 62 anni e 3 mesi i dipendenti privati: dal 2018 in poi, la soglia minima sarà di 66 anni e 7 mesi.

Pensioni di anzianità

Dal 1° gennaio 2013, invece, la soglia per accedere alla pensione d’anzianità sarà di 42 anni e 5 mesi per gli uomini e di 41 anni e 5 mesi per le donne. Se i 42 (o 41) anni saranno raggiunti prima di aver compiuto il 62° compleanno, l’assegno verrà decurtato dell’1% per ogni anno fino ai primi due, poi del 2%.

Saranno tuttavia le generazioni di oggi a essere le più penalizzate. Ecco alcuni esempi per capire meglio:

- i nati nel 1956 potranno andare in pensione nel 2023, a 67 anni e 5 mesi;

- i nati nel 1966 potranno andare in pensione tra il 2034 e il 2035, a 68 anni e 8 mesi;

- i nati nel 1976 potranno andare in pensione tra il 2045 e il 2046 a 69 anni e 8 mesi;

- i nati nel 1986 potranno andare in pensione nel 2056, a 70 anni e 6 mesi.

Chi ha cominciato a lavorare dopo il 1995, invece, potrà andare in pensione dai 63 anni (63 anni e 3 mesi dal 1° gennaio 2013, 68 anni e 3 mesi nel 2065) in su.

Adeguamento all’inflazione

Per ciò che riguarda le rivalutazioni dell’assegno pensionistico adeguate all’inflazione, figura un’importante novità, che però già nel 2014 potrebbe scomparire: chi supera la soglia dei 1.443 euro lordi non potrà beneficiare dell’adeguamento all’inflazione. Chi invece resta sotto la soglia sopraccitata, potrà godere dell’assegno incrementato in base al costo della vita del 3% circa.

Conclusioni

L’aumento dell’età pensionabile era necessario: alcuni rispondono affermativo, ma se si calcola che negli ultimi due anni si contavano 500mila nuovi occupati tra i 56 e i 66 anni, e se si considera un tasso di disoccupazione giovanile attuale al 36,5% (e destinato ad aumentare), sorgono alcune gravi perplessità, che meriterebbero una discussione più approfondita.

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